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Capitolo 13

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano

Il celacanto indonesiano, Latimeria menadoensis, non era mai stato avvistato prima d’ora da un subacqueo, né tantomeno fotografato. Questa è la storia di un’avventura scientifica e umana, a 145 metri di profondità.

Autori del capitolo

ALEXIS CHAPPUIS

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ALEXIS CHAPPUIS
Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Numero 25 Capitolo 13

“Un celacanto! Un celacanto!” Queste parole, gridate attraverso il circuito del suo rebreather dal mio compagno Julien Leblond, resteranno per sempre impresse nella mia memoria.

Ma come esserne certi che la narcosi, in agguato a tali profondità, non fosse responsabile di ciò che credevamo di vedere? Eravamo ancora coscienti? Anni di sogni a occhi aperti, alimentati da una speranza selvaggia e lontana, lasciarono improvvisamente il posto a una realtà che il nostro cervello faticava ad accettare. Connessioni disordinate, interpretazione annebbiata. Potevano davvero materializzarsi davanti ai nostri occhi anni di ricerche e conversazioni con eminenti specialisti?

Questo fugace incontro, in un giorno di ottobre del 2024, con uno degli animali marini più emblematici, era davvero avvenuto?

MA FACCIAMO UN PASSO INDIETRO.

Credo che i miei primi ricordi del celacanto risalgano all’infanzia. Nei libri di scienze naturali, nelle enciclopedie o nelle riviste per ragazzi sulla natura che avevamo in casa. Più tardi, naturalmente, durante gli anni universitari studiando biologia ed ecologia marina. Come potrebbe una lezione di biologia evolutiva non menzionare un animale di tale importanza per ciò che gli scienziati chiamano “terrestrializzazione”, la grande transizione dei vertebrati dall’acqua alla terraferma?

E poi, naturalmente, ci fu la spedizione di Laurent Ballesta in Sudafrica. All’epoca ero un giovanissimo subacqueo scientifico, ed era affascinante osservare la loro quotidianità: questi sub esperti che rischiavano tutto per trovarsi faccia a faccia con il mitico celacanto, offrendo così agli scienziati del Muséum national d’Histoire naturelle di Parigi (MNHN) la possibilità di studiarlo nel suo habitat naturale, ostile all’uomo. Ricordo la passione, tinta d’invidia, che illuminava lo sguardo di Gaël Clément e Marc Herbin, entrambi ricercatori del MNHN, quando i sub rientravano con preziosi campioni e immagini. All’epoca era impensabile per me tentare un’impresa simile e, tuttavia, quell’avvantura rimase impressa nella mia mente.

E lì rimase, fino al mio arrivo in Indonesia nel 2014, paese che ospita la seconda specie conosciuta di celacanto, Latimeria menadoensis. Questo lontano cugino della specie africana, L. chalumnae, suscitò grande scalpore quando gli scienziati lo scoprirono nel 1997, lontano dalle coste dell’Africa. Ben presto iniziò la ricerca di informazioni: ricerche bibliografiche, raccolta di dati su celacanti catturati da pescatori indonesiani, visite al MNHN, scambi con Laurent e contatti con Mark Erdmann. Fu proprio lui, insieme alla moglie Arnaz, a scoprire nel 1997 il primo esemplare di celacanto indonesiano in un mercato del pesce a Manado, nel nord di Sulawesi. Quell’esemplare sarebbe stato poi formalmente descritto come una specie distinta da quella africana.

ALEXIS CHAPPUIS, biologo marino e leader delle spedizioni UNSEEN Considerato a lungo scomparso da 70 milioni di anni, l’elusivo “celacanto” o “Raja Laut” (“Re del Mare” nella lingua locale indonesiana) è tornato a farsi vedere, permettendo ad Alexis Chappuis e a UNSEEN Expeditions di portare le prime immagini di questa specie (Latimeria menadoensis) scattate da subacquei nel suo habitat naturale. Dopo il leggendario incontro di Laurent Ballesta con questa specie dell’Oceano Indiano occidentale, in Sudafrica nel 2013, questo nuovo capitolo, ancora una volta orgogliosamente sostenuto da Blancpain,ci ricorda che l’oceano resta in gran parte sconosciuto e che l’esplorazione è più importante che mai. La spedizione fa parte di uno sforzo collaborativo con partner scientifici internazionali e locali, incluse le università Pattimura (Ambon) e Udayana (Bali).

ALEXIS CHAPPUIS, biologo marino e leader delle spedizioni UNSEEN

Considerato a lungo scomparso da 70 milioni di anni, l’elusivo “celacanto” o “Raja Laut” (“Re del Mare” nella lingua locale indonesiana) è tornato a farsi vedere, permettendo ad Alexis Chappuis e a UNSEEN Expeditions di portare le prime immagini di questa specie (Latimeria menadoensis) scattate da subacquei nel suo habitat naturale. Dopo il leggendario incontro di Laurent Ballesta con questa specie dell’Oceano Indiano occidentale, in Sudafrica nel 2013, questo nuovo capitolo, ancora una volta orgogliosamente sostenuto da Blancpain,ci ricorda che l’oceano resta in gran parte sconosciuto e che l’esplorazione è più importante che mai. La spedizione fa parte di uno sforzo collaborativo con partner scientifici internazionali e locali, incluse le università Pattimura (Ambon) e Udayana (Bali).

Primo celacanto indonesiano, Latimeria menadoensis, avvistato e fotografato da un subacqueo a 145 metri di profondità. Questo esemplare è anche il primo celacanto segnalato nell’arcipelago delle Molucche, Indonesia.

Primo celacanto indonesiano, Latimeria menadoensis, avvistato e fotografato da un subacqueo a 145 metri di profondità. Questo esemplare è anche il primo celacanto segnalato nell’arcipelago delle Molucche, Indonesia.

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano

Ma c’era anche un motivo più segreto e tacito: LA CERTEZZA CHE IL CELACANTO INDONESIANO DOMINASSE QUESTE ACQUE.

Ma sarebbero serviti ancora alcuni anni prima che potessi affermare legittimamente di avere accesso al regno sommerso del “Raja Laut”, il “Re degli Oceani” in indonesiano. Oltre ad anni di formazione e di pratica dell’immersione profonda con miscele di gas insieme al mio amico e istruttore Marc Crane, era anche necessario creare legami e sviluppare solide collaborazioni scientifiche con università locali, per studiare meglio e proteggere gli ambienti profondi che stavamo esplorando, pomposamente soprannominati “ecosistemi mesofotici”. In altre parole, habitat dove la luce scarseggia.

Nel 2018 è stata fondata l’associazione francese UNSEEN, “Underwater Scientific Exploration for Education”, che ci ha permesso di realizzare il nostro primo progetto pilota a Bali, finanziato dalla prestigiosa National Geographic Society. Nonostante questo sostegno, il nostro budget era estremamente limitato, appena sufficiente a coprire le nostre impegnative immersioni. Tuttavia, questa modesta missione ha posto le fondamenta su cui si sarebbero costruiti i nostri progetti futuri. Nel 2020, Blancpain ha riposto la sua fiducia in noi e ha accettato di sostenere il nostro lavoro. Da quel momento in poi, abbiamo potuto finalmente proiettarci verso sogni di esplorazione più ambiziosi. Grazie alle partnership instaurate con scienziati locali, in particolare il Dr. I Gede Hendrawan dell’Università Udayana a Bali e il Dr. Gino Valentino Limmon dell’Università Pattimura ad Ambon, la nostra zona di studio ha potuto estendersi alle Molucche. Perché le Molucche? Questo vasto arcipelago di oltre mille isole si trova nel cuore del Triangolo dei Coralli, l’epicentro della biodiversità marina. Eppure, rispetto ad altre grandi regioni dell’Indonesia, resta relativamente isolato e poco frequentato.

Per quanto ne sappiamo, nessun subacqueo si era mai avventurato nella sua zona mesofotica. Questo bastava ad alimentare la nostra curiosità e la nostra determinazione a documentare habitat che nessun essere umano aveva visto prima. Ma c’era anche un motivo più segreto e inespresso: la certezza che il celacanto indonesiano dominasse queste acque.

Nonostante l’intensità della pesca locale, non era stato segnalato un solo esemplare in questa regione dell’Indonesia, a differenza del Sulawesi a ovest o della Papua Occidentale a est, dove questi animali erano stati purtroppo catturati e documentati. Malgrado questa apparente assenza, permaneva la profonda convinzione che le Molucche fossero da loro abitate. Secondo le carte nautiche, sebbene notoriamente imprecise in questa parte del mondo, sembravano emergere habitat adatti. Ma ovviamente avremmo dovuto verificarlo sul campo.

Non c’era modo di garantire un incontro con un celacanto, quindi, il nostro obiettivo era innanzitutto quello di identificare gli habitat che potessero essere favorevoli alla loro presenza.

Così, nel 2022 è stata lanciata la prima missione nella Molucche, Deep Reefs of the Far East, dedicata al Mare di Banda, a sud. Inizialmente avremmo desiderato includere anche le Molucche settentrionali, ma le distanze erano troppo grandi e pochissime imbarcazioni accettavano di andarvi, poiché il viaggio era considerato troppo rischioso e complicato.

Marc Crane che raccoglie sedimenti a 106 metri di profondità nel 2022, affinché gli scienziati dell’Agenzia Nazionale per la Ricerca e l’Innovazione dell’Indonesia (BRIN) potessero analizzare la contaminazione da microplastiche.

Marc Crane che raccoglie sedimenti a 106 metri di profondità nel 2022, affinché gli scienziati dell’Agenzia Nazionale per la Ricerca e l’Innovazione dell’Indonesia (BRIN) potessero analizzare la contaminazione da microplastiche.

Venticinque immersioni profonde, un tempo di immersione totale di oltre quattro giorni tra i tre subacquei e nessuna traccia dei celacanti. Eppure, la missione fu tutt’altro che un fallimento! Documentammo ecosistemi mesofotici eccezionali, con una biodiversità sorprendente e specie rare mai illustrate prima. Alcuni siti avrebbero potuto essere adatti ai celacanti, ma le temperature erano a noi sfavorevoli: da 22 a 24°C a 130 metri di profondità, troppo calde.

Dopo una missione più modesta alle isole Banda nel 2023, concepita per mantenere attive le nostre collaborazioni, nel 2024 fu finalmente organizzata una nuova spedizione di grande portata, ancora una volta con il sostegno incondizionato di Blancpain. E questa volta, grazie alla generosità di Steven Watson, che mise a nostra disposizione la sua imbarcazione e la sua talentuosa équipe guidata dal capitano John Maas, avremmo finalmente avuto accesso alle Molucche settentrionali.

Proprio come nel 2022, l’obiettivo della missione era quello di coprire la maggiore superficie possibile alla ricerca di potenziali habitat per il celacanto. Avevamo solo tre settimane, che possono sembrare molte, ma nelle immersioni profonde non possiamo gestire più di un’immersione al giorno e, di tanto in tanto, dobbiamo restare all’asciutto per permettere al corpo di riprendersi dallo stress fisiologico generato da profondità così estreme. Ciò significava che, in venti giorni in mare, tra giorni di navigazione e giorni di riposo per i sub profondi, potevano essere effettuate solo quindici immersioni profonde. Meno di quindici siti esplorati: questo la dice lunga sulla difficoltà di studiare gli habitat mesofotici!

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
L’Indonesia, un vasto arcipelago di migliaia di isole, ospita una biodiversità incredibile. Le barriere mesofotiche non fanno eccezione e danno rifugio a specie poco conosciute come questo pesce balestra, Rhinecanthus abyssus, mai fotografato vivo prima d’ora nel suo habitat naturale.

L’Indonesia, un vasto arcipelago di migliaia di isole, ospita una biodiversità incredibile. Le barriere mesofotiche non fanno eccezione e danno rifugio a specie poco conosciute come questo pesce balestra, Rhinecanthus abyssus, mai fotografato vivo prima d’ora nel suo habitat naturale.

Ogni volta che arrivavamo in un luogo, ERA INDISPENSABILE RISPETTARE LE TRADIZIONI LOCALI: non si poteva nemmeno considerare di immergersi senza aver prima ottenuto il permesso dei capi dei vari villaggi.

A bordo c’erano diversi gruppi. L’equipaggio della barca, naturalmente; un gruppo di subacquei scientifici di superficie, composto da tre scienziati dell’Università Pattimura ad Ambon, Jefry Sarimanella e Fajrin Rahayaan, guidati dal Dr. Gino Valentino Limmon; un team di due sub di profondità, Julien Leblond e io, accompagnati dal nostro subacqueo di sicurezza Yus Rizal Rumadaul. Abbiamo inoltre beneficiato del supporto di Melissa White, della International Seakeepers Society, e di Gonzalo Pérez-Rosales. Per immortalare la missione, Arnaud Denisot si è occupato delle immagini a terra e aeree. Per supervisionare questo gruppo multidisciplinare e multiculturale e coordinare le operazioni nel modo più fluido possibile, era essenziale avere un direttore d’orchestra virtuoso. O meglio, una direttrice d’orchestra. Questo ruolo è stato affidato a Priska Widyastuti, oceanografa di formazione, che dal 2020 lavora instancabilmente dietro le quinte, tanto prima quanto dopo le spedizioni, per gestire gran parte della logistica e, sul campo, per assicurare la sincronizzazione dei di- versi gruppi e supervisionare il processo scientifico. Un ruolo cruciale che richiede una notevole capacità di adattamento e un ampio ventaglio di competenze.

Ogni volta che arrivavamo in un sito, era indispensabile rispettare le tradizioni locali: non si poteva nemmeno considerare di immergersi senza aver prima ottenuto il permesso dei capi dei vari villaggi. Molti di loro seguono ancora leggi tradizionali, molto diverse da quelle imposte dalla società moderna. Per esempio, la pesca o la cattura di certi pesci o di altri animali marini viene regolarmente vietata per diversi mesi, e perfino anni, per per- mettere alle popolazioni di riprendersi. In alcuni casi, intere barriere coralline vengono chiuse.

Dietro queste pratiche non vi è “scienza” nel senso in cui la intendiamo noi. Né quote calcolate secondo gli interessi di industrie senza scrupoli, né raccomandazioni illuminate di scienziati della pesca altamente qualificati. No, si tratta semplicemente di conoscenza e comprensione del mondo naturale, basate su una saggezza ancestrale e su pratiche tramandate di generazione in generazione e di puro buon senso. È una forma di gestione delle risorse marine da cui i nostri leader farebbero bene a trarre ispirazione se vogliamo davvero proteggere i nostri oceani.

Tali usanze richiedono rispetto e ammirazione, e noi dovevamo conformarci. In ogni nuovo sito, ci presentavamo al capo del villaggio, spiegando le ragioni della nostra presenza, affinché potesse decidere se concederci o meno il permesso di immergerci nella barriera corallina sotto la sua tutela.

Ci sono state occasioni in cui questo permesso, così ambito, non ci è stato concesso, e non abbiamo avuto altra scelta se non proseguire verso un altro luogo in cui la nostra presenza fosse tollerata.

La vita a bordo era in movimento costante, e le giornate erano lunghe.

Ogni giorno, Jefry, Fajrin e Gino effettuavano molte immersioni e raccoglievano campioni di spugne e di acqua per i loro progetti di ricerca. Il DNA ambientale, estratto dall’acqua raccolta, avrebbe fornito un’idea della biodiversità presente nei siti esplorati. I nostri colleghi effettuavano anche transetti per valutare la salute delle barriere coralline superficiali, molte delle quali in luoghi mai studiati prima. Tornati a bordo, dovevano catalogare i campioni: campioni di spugne conservati in etanolo al 96 % e campioni d’acqua filtrati, spesso fino a tarda notte, per preservarli per analisi future.

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Le squadre al lavoro ogni giorno. Le immersioni si susseguono, così come l’elaborazione dei campioni raccolti fino a tarda sera.

Le squadre al lavoro ogni giorno. Le immersioni si susseguono, così come l’elaborazione dei campioni raccolti fino a tarda sera.

I siti meglio conservati mostrano un’abbondanza di vita marina ormai rara. Eppure, così dovrebbero apparire i nostri oceani.

I siti meglio conservati mostrano un’abbondanza di vita marina ormai rara. Eppure, così dovrebbero apparire i nostri oceani.

È QUI, IN QUESTA ZONA CREPUSCOLARE IN CUI APPENA L’1 % DELLA LUCE SOLARE è sopravvissuta alla sua fatale discesa verso l’abisso, CHE LE NOSTRE PROBABILITÀ DI INCONTRARE IL CELACANTO ERANO MAGGIORI.

Le immersioni profonde si susseguivano anch’esse una dopo l’altra. Julien e io ripetevamo gli stessi rituali ogni giorno. Le discese lungo vertiginosi pendii si moltiplicavano fino a raggiungere la zona tra 100 e 130 metri di profondità, l’ultima frontiera, segnata da tracce di un’antica erosione risalenti a circa 20.000 anni fa, quando il livello del mare era al minimo. È qui, in questa zona crepuscolare dove appena l’1 % della luce solare è sopravvissuta alla sua discesa fatale verso l’abisso, che le nostre probabilità di trovare il celacanto erano maggiori.

Ma, in fin dei conti, quali erano le nostre reali probabilità? E come potevamo ottimizzarle? Come decidere dove immergersi noi, minuscole creature terrestri di fronte all’immensità dell’oceano? A sud o a nord di questo capo roccioso? A che ora? A quale profondità esatta avremmo dovuto concentrare la nostra ricerca? I celacanti sono mobili, possono spostarsi orizzontalmente o verticalmente. Sarebbe stato facilissimo mancarli per pochi metri. Queste domande mi tormentavano, mi facevano girare la testa. Cercavo di metterle da parte, ricordando a me stesso che bisogna pur cominciare da qualche parte. Speravo solo che un giorno tutti gli indizi e le informazioni raccolti nel corso degli anni avrebbero finalmente trovato il loro posto, come i pezzi di un puzzle.

La rotta della spedizione, tracciata a partire da carte batimetriche e scambi con Mark Erdmann, ci ha permesso di visitare siti magnifici di diversità eccezionale. Alcuni, tuttavia, erano stati vittime della devastante pesca con esplosivi, anni o persino decenni prima, e non si erano ancora ripresi. Pianure coperte di detriti di corallo, senza segni di rigenerazione. Diversità e abbondanza di pesci quasi nulle. Cicatrici indelebili dell’avidità umana. Durante queste immersioni, le correnti erano spesso forti, rendendole ancora più impegnative. Tuttavia, la professionalità della squadra di superficie, che vegliava sulla nostra sicurezza, ci ha permesso di mantenere la mente serena e restare concentrati. Abbiamo fotografato specie raramente, se non mai, documentate nel loro ambiente naturale e raccolto alcuni campioni di spugne mesofotiche per i nostri colleghi dell’Università Pattimura. Chissà, forse una di esse si sarebbe rivelata nuova per la scienza o avrebbe contenuto molecole d’interesse medico?

E poi, il decimo giorno della spedizione, siamo finalmente arrivati in un sito che desideravo esplorare da molto tempo. Secondo le carte nautiche, prometteva grandi cose sotto la superficie. Svegliandomi poco prima delle sei, mentre la barca cercava un ancoraggio sicuro nonostante una lieve corrente, potevo ammirare lo splendido paesaggio davanti a noi, anche se mi asterrò dal descriverlo qui per preservarne l’anonimato.

Dopo una colazione veloce e aver preparato l’attrezzatura, siamo entrati in acqua poco prima delle nove. Un attimo di esitazione, poi abbiamo trovato un’antica colata lavica sommersa che precipitava rapidamente a profondità irragionevoli. Abbiamo deciso di seguirla. I tonni ci hanno accompagnato durante tutta la nostra discesa.

Abbiamo attraversato quelli che sembravano due termocline, quei sottili strati in cui la temperatura dell’acqua cala brusca- mente. A 120 metri di profondità ci è apparsa una grande parete verticale, abbastanza liscia e ricoperta di spugne, relativamente povera di pesci per mancanza di cavità. Spostandoci di qualche metro lateralmente, abbiamo trovato grandi fessure e sporgenze rocciose. Questa topografia complessa continuava più in basso, anche se ci siamo fermati prudentemente a -125 metri. Era l’occasione che aspettavo.

Un rapido sguardo verso il basso ha rivelato un mondo labirintico di massi e cavità. Sebbene la luce tenue rendesse impossibile avere certezze, questo sito era il più promettente che avessi esplorato in tutti questi anni. Persino le temperature sembravano favorevoli.

La risalita è stata altrettanto impressionante, portandoci oltre grandi fessure e in una zona di straordinaria diversità tra -80 e -60 metri. Poi è arrivata la lunga fase di decompressione, più di tre ore, affrontando correnti forti e mutevoli.

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano

Una volta fuori dall’acqua, ho deciso che dovevamo tornare in questo sito, ma più in profondità. L’immersione è stata pianificata per due giorni dopo. All’inizio il tempo non era dalla nostra parte: la onde provocate da un ciclone nelle Filippine scuotevano la nostra barca, complicando l’ingresso in acqua. Infatti, il gommone ha faticato a posizionarsi sul sito e, una volta in acqua, è stato difficile recuperare la nostra attrezzatura. Infine, dopo il tumulto della superficie è arrivata la calma dell’immersione. Siamo scesi lungo il flusso di lava. Era buio. Il primo brusco calo di temperatura si è verificato a -35 metri. Abbiamo proseguito rapidamente con i nostri scooter subacquei: -60, -80, -100 metri. La barriera corallina scorreva davanti ai nostri occhi, la luce svaniva insieme alla temperatura. La pressione aumentava. Mi ha assalito una strana sensazione: quella giornata sarebbe stata diversa. Ma ho cercato di mettere a tacere quella voce per evitare la delusione di un appuntamento mancato. In fin dei conti, il mondo selvaggio è imprevedibile e indomito, fortunatamente immune alle nostre aspettative. Il nostro piano era di scendere fino a -150 metri per verificare la presenza di una grotta o di una sporgenza che credevo di aver intravisto due giorni prima. Abbiamo raggiunto i -152 metri,

ancora circondati da un habitat straordinario. Ma i minuti a tali profondità sono costosi; i secondi si allungano in ore durante la lunga risalita. Dopo solo pochi minuti, abbiamo dovuto lasciare quelle profondità inebrianti e iniziare la decompressione.

Un enorme masso si ergeva davanti a noi. Per coprire una zona più ampia, ci siamo separati: Julien a destra, io a sinistra.

E poi, all’improvviso, un grido appena trattenuto: “Un celacanto! Un celacanto!” Avevo sentito bene? “Impossibile... davvero questo è il luogo e il momento per uno scherzo del genere? No, non oserebbe.” In una frazione di secondo, questo pensiero mi ha attraversato la mente. Ho ripercorso i miei passi, aggirando in fretta il masso verso destra per raggiungere Julien.

E lì, lo shock. Il tempo si è fermato. Non riuscivo a credere a ciò che vedevo. Era lì, davanti a me, sospeso senza sforzo a pochi centimetri dalla roccia, incastrato accanto a un bellissimo ventaglio di mare arancione. Nonostante l’oscurità avvolgente, era im- possibile sbagliarsi: la sagoma tipica e robusta, la colorazione unica, quelle pinne caratteristiche. E, soprattutto, quell’incomparabile occhio verde, nel quale anch’io ho fissato lo sguardo. Julien non aveva scherzato né sognato. Questa creatura di un’altra epoca non ha eguali tra gli esseri viventi e non potrebbe essere confusa con nessun’altra. La sua placidità e indifferenza contrastavano con la maggior parte delle creature marine, che normalmente fuggono davanti al superpredatore che siamo noi umani. Ma il celacanto rimaneva, fiducioso nella sua robustezza. In fin dei conti, aveva attraversato le ere e affrontato le creature marine più feroci, sopravvivendo a crisi ecologiche ed estinzioni di massa che hanno scandito la storia del nostro pianeta. Non avrebbe ceduto proprio ora. Eppure la sua immobilità era solo apparente. Guardando più da vicino, le sue pinne lobate si muovevano dolcemente, mantenendo un equilibrio delicato, sospese vicino alla roccia, sfiorando appena gli organismi con cui condivideva il suo habitat.

La sua pinna dorsale, così distintiva, era eretta, dispiegando con coraggio i suoi raggi irti di minuscole spine. Un segno di difesa? Senza dubbio la nostra presenza e le nostre luci lo disturbavano. Abbiamo cercato di ridurre al minimo il disagio, evitando la luce diretta per proteggere i suoi occhi e senza mai metterlo alle strette, assicurandoci che avesse sempre una via di fuga nel caso in cui la nostra presenza fosse diventata troppo insopportabile.

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano

Non ci sono parole per descrivere le emozioni che Julien e io abbiamo provato. TROVARE, INTORNO A UNA ROCCIA A 145 METRI DI PROFONDITÀ, UN ANIMALE SU CUI AVEVO FANTASTICATO PER TANTI ANNI, nel mezzo di un vasto arcipelago dove non era mai stato segnalato alcun avvistamento.

Superato lo shock iniziale di questo incontro inaspettato e in un’euforia difficile da contenere, dovevamo scattare fotografie per portare la prova di questo straordinario avvistamento. Il tempo stringeva. Faticavo a estrarre la mia macchina fotografica, ancora agganciata al mio fianco destro. Ho tolto, o meglio strappato, la copertura protettiva della cupola, ho regolato i flash, inquadrato... Perché mi tre- mano così tanto le mani? Devo respirare per calmarmi, concentrarmi. Premo il pulsante di scatto una volta, due volte... Nel frattempo, Julien sta filmando, con un sorriso permanente visibile nei suoi occhi. Ancora qualche scatto ed era il momento di iniziare la nostra lunga risalita. Eravamo stati insieme solo cinque minuti e, tuttavia, era già ora di separarci.

Di fronte a questo totem del mondo sottomarino, come si poteva rimanere lucidi a profondità così irragionevoli? Eppure dovevamo mettere a tacere quello stupore, quel desiderio di contemplazione che ci avrebbe spinto a restare più a lungo. Era fondamentale costringerci a risalire, a lasciarlo nel suo regno sommerso, così inospitale per noi, semplici creature terrestri.

Non ci sono parole per descrivere le emozioni che Julien e io abbiamo provato. Trovare, attorno a una roccia a 145 metri di profondità, un animale su cui avevo fantasticato per tanti anni, in mezzo a un vasto arcipelago dove non era mai stato segnalato alcun avvistamento... Le emozioni si contrappongono. Non sono state scattate foto durante le quattro ore di decompressione che sono seguite. La mia mente era altrove. Prima è arrivata l’im- mensa gioia che la Natura ci avesse regalato un incontro del genere, che tutti i nostri sforzi e sacrifici fossero finalmente stati ricompensati e che le nostre ipotesi non fossero del tutto campate in aria. Poi l’eccitazione di pensare alla reazione della nostra squadra in superficie, ignara di ciò che era accaduto, e quella dei nostri partner.

Poi, molto rapidamente, sono emerse domande più cupe: dovevamo rivelare la nostra scoperta? La nostra rivelazione avrebbe potuto mettere in pericolo questa possibile nuova popolazione di celacanti, incitando l’avidità umana? Nonostante queste domande inquietanti, il mio sorriso non ha vacillato.

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano
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Un mondo sottomarino dalla topografia contorta, lontano dalla superficie, che ospita uno degli animali viventi più mitici. La morfologia distintiva del celacanto impressiona, così come il suo movimento, grazie alle sue caratteristiche pinne lobate.

Un mondo sottomarino dalla topografia contorta, lontano dalla superficie, che ospita uno degli animali viventi più mitici. La morfologia distintiva del celacanto impressiona, così come il suo movimento, grazie alle sue caratteristiche pinne lobate.

Siamo tornati in superficie con parte dell’équipe, i nostri angeli custodi che avevano atteso pazientemente per oltre quattro ore, galleggiando tra le onde e le correnti. Esausti, con la mandibola dolorante per tante ore sott’acqua, i volti gonfi, abbiamo cercato fino all’ultimo momento di evitare i loro sguardi interro­ gativi: sapevano che avevamo delle novità da condividere. Ma quali? La notizia è stata rivelata. Priska è scoppiata in lacrime, Arnaud non riusciva a crederci. Poi è ar­ rivata l’euforia generale. La stessa acco­ glienza ci attendeva a bordo, dove il capitano ha lasciato il suo ponte per

congratularsi con noi. Anche lui era stu­ pefatto. Era il giorno dopo il suo comple­ anno e, poche settimane più tardi, sarebbe andato in pensione. Non avrebbe potuto desiderare un regalo migliore, e nemmeno noi. Gli siamo infinitamente grati, a lui e al suo equipaggio, e a Steven Watson, per averci permesso di realizzare questo sogno assolutamente folle.

Nessun progetto di questo tipo potrebbe avere successo senza l’unione di talenti diversi, di persone appassionate con formazioni diverse che lavorano fianco a fianco per raggiungere gli obiettivi prefissati. E, naturalmente, per renderlo possibile è essenziale poter contare su partner altrettanto appassionati, che ci diano i mezzi per agire.

Il giorno dopo, abbiamo tentato nuova­ mente la fortuna ed è stato il mio turno di incontrare la stessa creatura, a 140 metri di profondità, nello stesso punto del giorno precedente. In questa occasione abbiamo avuto un po’ più di tempo. Otto preziosi minuti in sua presenza. Più contempla­ zione, più immagini. Abbiamo assapora­ to questa straordinaria fortuna prima di iniziare, ancora una volta, la nostra lunga risalita verso la luce.

Il giorno seguente, invece, il nostro animale non è apparso. Abbiamo cercato invano. La fauna selvatica è libera e im­ prevedibile. In definitiva, che cosa po­ trebbe essere più nobile di questi incontri fugaci e inattesi nel mondo naturale e della lieve frustrazione quando non si ve­ rificano? In un’epoca di immediatezza vir­ tuale, è essenziale ricordare che nulla è più bello di un animale libero nel suo ha­ bitat, piuttosto che dietro le sbarre o die­ tro uno spesso pannello di plexiglas davanti a una folla che si accalca per la foto perfetta da pubblicare sui social me­ dia. Il semplice fatto di sapere che il nostro celacanto esiste da qualche parte, forse nelle vicinanze, e vive in modo indipen­ dente, basta a rallegrarci e a compensare

la delusione egoistica di non poterlo salu­ tare un’ultima volta. Ora dobbiamo pro­ seguire il nostro viaggio verso altre isole remote per i restanti sei giorni della mis­ sione.

Dopo una lunga riflessione e numerose conversazioni con le persone coinvolte nel progetto, si è deciso di rivelare pubblica­ mente la scoperta. Oggi, il mondo naturale sta affrontando un attacco umano senza precedenti, implacabile e violento. Interi ecosistemi vengono devastati e collassano; le specie scompaiono a un ritmo allar­ mante, quasi senza che ce ne si accorga, in un silenzio intollerabile. Le Molucche settentrionali non sono state risparmiate: l’estrazione mineraria per alimentare la nostra transizione energetica e il nostro consumo insaziabile, la produzione di batterie per veicoli elettrici e dispositivi connessi, sta divorando foreste primarie millenarie, insieme alle popolazioni indigene che prima vivevano lì in totale armonia. Per effetto domino, intere bar­ riere coralline, vitali per il sostentamento delle comunità locali, vengono devastate dal deflusso di sedimenti, talvolta conta­ minati da sostanze chimiche, non più trattenuti dalla vegetazione.

Il celacanto è una specie così emblematica da suscitare un grande interesse a livello locale, nazionale e internazionale. È una leva straordinaria per la conservazione degli habitat marini, in grado di unire scienziati, politici e opinione pubblica intorno alla protezione degli oceani e di favorire la creazione di nuove Aree Marine Protette. In quanto “specie ombrello”, la sua protezione potrebbe garantire la sal­ vaguardia degli habitat in cui prospera e, di conseguenza, di tutte le altre specie che condividono quell’ambiente.

Per questo abbiamo ritenuto necessario rivelarne l’esistenza nelle Molucche, poi­ ché non solo apporta nuove informazioni preziose sulla distribuzione di questa specie ancora enigmatica, che figura già come “vulnerabile” presso la UICN, ma apre anche la porta allo sviluppo di una rete di aree naturali protette per con- servarla meglio.

Ci permettiamo di sognare che, un giorno, le nostre modeste osservazioni e il nostro lavoro possano consentire al celacanto indonesiano e a tutte le specie che popolano il suo regno di acque profonde di vivere in pace, al riparo dalla sconsideratezza umana. 

Julien e Alexis che effettuano le verifiche finali prima dell’immersione della giornata.

Julien e Alexis che effettuano le verifiche finali prima dell’immersione della giornata.

Foto della squadra coinvolta in questa scoperta.

Foto della squadra coinvolta in questa scoperta.

Faccia a faccia con il CELACANTO indonesiano

Capitolo 14

Château HAUT-BAILLY

Château HAUT-BAILLY Definito da eleganza e raffinatezza, tanto nei suoi vini quanto nel suo château.

Autori del capitolo

JEFFREY S. KINGSTON
Château HAUT-BAILLY
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